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Capitolo undici: ascensore in salotto.

Prendo la moka e sollevandola dal piano della cucina la appoggio sul fuoco, sembra piΓΉ leggera del solito, guardo fuori dalla finestra, un piccione appollaiato sul davanzale della vicina mi osserva inclinando la sua piccola testa. In cielo c’è qualche nuvola statica ma il sole non la teme e continua a riscaldare prepotentemente il mio viso assonnato, mi godo questa carezza mentre aspetto che il caffΓ¨ sia pronto, questa mattina posso fare con calma, niente mi fa fretta e posso godermi la sensazione di leggerezza che mi porto dentro da ieri, insieme al pensiero dell’inaspettatamente piacevole serata passata con Evans. A dirla tutta non dovrebbe essere questo l’aggettivo adatto a descrivere ciΓ² che penso dell’aver trascorso del tempo con lui, ma non Γ¨ mai giusto mentire a se stessi, quindi accetto l’esistenza di un sentimento nei suoi confronti, e mentre rifletto su questo percepisco puzza di bruciato. No, non Γ¨ un modo di dire, c’è proprio qualcosa che sta andando a fuoco, dalla puzza parrebbe plastica ma…. la moka! Spengo immediatamente il fuoco e non mi serve altro se non guardare la vittima per capire di aver dimenticato uno dei due ingredienti fondamentali per avere un buon caffΓ¨: l’acqua. Ecco perchΓ¨ la moka mi era sembrata leggera! La apro scottandomi parecchio le dita, la guarnizione Γ¨ completamente andata! Questa perdita improvvisa di concentrazione non mi spaventerebbe se solo non fosse che domani dovrΓ² svolgere un importante lavoro di estrema precisione. Ho circa ventiquattro ore per ritrovare la mia testa e riattaccarla sul collo, il pensiero del detective che mi tiene la mano attraversa ancora una volta la mia mente, scuoto la testa per farlo andare via, ma al suo posto appare il suo sorriso sinceramente divertito, prendo un bel respiro e guardo fuori dalla finestra per distrarmi, l’immagine del mare luccicante per il riflesso del sole e di lui che ridendo prova a prendermi mi tormenta. Non ce la farΓ² mai. Niente caffΓ¨ e niente colazione perchΓ¨ ho lo stomaco chiuso, mi infilo il primo abito che pesco casualmente dall’armadio, ciabatte in cuoio ai piedi, borsa (nella quale butto tutto ciΓ² che puΓ² essermi utile) infilata sulla spalla, chiavi nella toppa della porta e via, esco senza nemmeno sapere dove andare, so solo che ho bisogno di camminare.
Sean ed i suoi racconti noiosi, fin troppo descrittivi e spesso inutili sono quello che mi serve in questo momento per annientare ciΓ² che la mia stupida testa continua a farmi vedere, quindi mentre cammino premo sul contatto telefonico del mio capo pronta a farmi raccontare il galante appuntamento che ha avuto la sera prima. β€œSono Sean.” dice accettando la mia telefonata, che modo idiota di rispondere al telefono, lo so che sei Sean ti ho chiamato io! β€œAh, parlo con Sean? Ma Sean chi mi scusi? Parlo forse con quel gentiluomo che ho accompagnato ieri a fare acquisti e che scommetto sia stato in grado di trasformare un banale appuntamento in un’indimenticabile serata galante?” esclamo fingendo perplessitΓ . Una fragorosa risata fa da antipasto a quello che probabilmente si rivelerΓ  un lungo banchetto verbale β€œBecca! I tuoi consigli sono stati oro colato! Ho subito ricevuto complimenti per il mio abbigliamento, ed i fiori? Le sono piaciuti cosΓ¬ tanto che non smetteva di guardarli e di dirmi quanto ero stato originale nel non portarle delle banalissime rose! Ma come fai a capirle cosΓ¬ bene le donne!?” E con questa domanda si ferma aspettando una risposta. Sean Γ¨ decisamente un idiota patentato, e credo che il documento per condurre tutta quella idiozia gli sia stato dato con estrema facilitΓ . Vorrei rispondergli con ironia ma non la capirebbe purtroppo, quindi mi limito a prenderlo in giro banalmente, come al solito. β€œSean, pronto? Anche io sono una donna! Siamo esseri complicati ma tra noi molto simili, non ci vuole molto per stupirci, se si sanno toccare i tasti giusti! Quindi, mi racconti o no il finale di questa serata? Com’è andata?”. Sean racconta la storia fin dall’inizio, da un punto talmente al principio che per un istante m’è parso di sentire l’incipit del sacro libro della Bibbia. Nel frattempo, mentre lui parla, controllo il mio orologio che tiene anche il conto dei passi e mi rendo conto di aver percorso circa otto chilometri fino ad arrivare nel quartiere in cui vive Andi, poco male, almeno saprΓ² a chi scroccare il passaggio di ritorno. La conversazione con il mio capo si conclude, dopo svariati tentativi da parte mia di metterci un punto, con un β€œ ci vediamo dopo!” ed un mio rumoroso sbuffo (a microfono spento) per eliminare tutta la noia accumulata durante la conversazione. Quasi quaranta minuti per dirmi che alla fine ha riaccompagnato a casa la donna senza ricevere nemmeno un bacio in cambio, dubito sia un buon segno, ma oggi era di buon umore e non ho certo intenzione di toglierglielo visto che mi toccherΓ  lavorarci insieme. Premo il dito sul campanello β€œMariani” improvvisando un breve concerto che nella mia testa somiglia molto alla colonna sonora del film β€œTitanic”. Sento il videocitofono gracchiare, quindi con la faccia piΓΉ stupida che conosco saluto in direzione della telecamera e di risposta sento aprirsi il portone, deve avermi riconosciuta! β€œAndreaaaa, Andreinooooo!! Buongiornooooo!” Grido entrando nel suo lussuoso appartamento non appena le porte dell’ ascensore si aprono direttamente nel salone del suo attico. β€œMa non ti capita mai che ti entrino in casa degli sconosciuti?” Domando. Di risposta lui, che fino a qualche istante prima era seduto sullo sgabello girevole della penisola in cucina, si gira caricando la pistola che tiene in mano e spara un colpo nella mia direzione. D’istinto piego le ginocchia per effettuare un salto il piΓΉ lungo possibile in modo da raggiungere il retro della poltrona piΓΉ vicina per ripararmi, e cosΓ¬ facendo mi butto a terra alla mia sinistra. Non posso crederci, sei proprio un bastardo Andi! Alzo lo sguardo, con il cuore a mille, nella speranza che non sia stato cosΓ¬ veloce da fare il giro della penisola, e lo trovo con le lacrime agli occhi, la testa buttata indietro ed entrambe le mani appoggiate sull’addome, mentre ride con estremo gusto. Mi ha fregato! Era uno dei suoi soliti scherzi. Prendo una ciabatta e cerco di colpirlo in pieno viso, ma l’adrenalina mi fa sbagliare il colpo, non importa, ne ho un’altra, e con questa quasi lo prendo, anche se poi la vittima del lancio Γ¨ una piccola pianta dietro le sue spalle. β€œChe riflessi e che diffidenza, signorina Rebecca! Pensavo che a questo punto fossimo diventati amici, ma a quanto vedo, questa amicizia Γ¨ unilaterale.” Mi dice trasformando la sua espressione divertita in una faccia seria. β€œNon ti ho mai detto di essere tua amica, hai fatto tutto tu!” Gli rispondo sorridendo ed avvicinandomi per abbracciarlo, con questo mio gesto lui pare subito tranquillizzarsi. β€œSono passata a trovarti a mani vuote per ripassare i dettagli del piano di domani e per farmi dare un passaggio a casa, ho voluto fare due passi stamattina…” gli parlo e nel frattempo apro una delle innumerevoli ante della sua cucina in cerca di cibo, m’è venuta fame. β€œServiti pure amore mio!” Mi dice ricevendo in cambio un’occhiataccia. β€œLo sai vero che se domani tu dovessi riuscire a togliere di mezzo quell’imbecille, saremo a due passi dalla libertΓ ? Lo sai vero? Deve andare tutto liscio!” prosegue con entusiasmo β€œBecca tra qualche ora avrΓ² tutti i dettagli dei suoi spostamenti, dopo il lavoro devi tassativamente riposare, oggi hai una faccia un po’ stravolta, e domattina prima del β€œcolpo” ti dico dove trovarci per darti il resto di ciΓ² che ti serve!”. β€œVa bene Andi, perΓ² stai calmo perchΓ¨ mi metti pressione, e vestiti per cortesia che non Γ¨ buona educazione accogliere ospiti rimanendo in mutande” gli rispondo cercando di calmarlo e desiderando che si metta addosso qualcosa. β€œScusa, speravo che mettendo in mostra il mio fisico possente avrei potuto avere una speranza con te!” mi spiega ironicamente mentre si avvia verso la camera. β€œNon hai speranza Coatto che non sei altro!” Gli grido mentre mi da le spalle, lui perΓ² si gira di scatto β€œLa donna Γ¨ come la castagna: bella de fora e drento la magagna!” e mi lancia un’occhiata di sfida. Di risposta gli tiro il primo soprammobile che mi capita in mano ma anche questa volta non lo colpisco. Oggi non sono proprio in me.

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