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Capitolo due: Guardati le spalle

”Ed ho cercato di dimenticare, di non guardare… β€œ. Vasco Rossi fa da colonna sonora al mio arrivo al locale, svolto a sinistra e parcheggio nel retro al solito posto, vicino al cassone dell’indifferenziato. Apro la portiera e scendo, ricordo di avere indosso dei sandali solo perchΓ¨, mi sembra logico, infilo direttamente il tacco nel tombino che ho proprio sotto ai piedi, quasi mi spacco una caviglia! Maledetta moda e maledetto bisogno di essere sempre belle. Mezza zoppicante mi affretto con passetti corti, prima davanti, e poi dietro, a staccare l’adesivo che avevo applicato sulla targa, voltandomi furtivamente prima a destra e poi a sinistra per accertarmi di non essere vista, sogghigno, quanto sono furba? Di certo non permetto alla omicidi di risalire al mio nome grazie alla targa della mia auto. C’è uno spacciatore, nella cittΓ  qui vicina, conosciuto in circostanze surreali, che ha proprio la mia stessa auto, chissΓ  se apprezzerΓ  il mio scherzetto quando andranno a bussargli alla porta di casa, o ancor meglio, quando lo ammanetteranno al bar mentre si beve l’ennesima birra del pomeriggio. Un lurido in meno da cui guardarsi le spalle, saranno contenti i ragazzi del quartiere. La targa parla, chissΓ  in che modo cercherΓ  di giustificarsi quel tossico, anzi, sinceramente non mi interessa! Mentre faccio queste inutili considerazioni apro il bagagliaio e mi carico in spalla le due enormi borse che mi porto sempre appresso: quella dei vestiti di ricambio e quella della lavanderia dove prontamente faccio lavare le camicie ed i grembiuli del mio capo, perchΓ¨ nel contratto di barista Γ¨ ovviamente sottinteso di dover fare anche da governante. Come l’estate scorsa, che ha deciso di coinvolgermi nella risistemazione di tutto il suo guardaroba e del garage, con la scusa che poi avremmo fatto un bell’aperitivo a bordo piscina. Il furbo! Alla fine mi ci sono tuffata vestita, accaldata per l’enorme fatica di fare su e giΓΉ dalle scale con la collezione di trofei di suo nonno che vinceva a bocce. Come capo Γ¨ un po’ un peso sociale, ma questo lavoro Γ¨ perfetto per la mia situazione, Γ¨ un bel locale, frequentato da gente tranquilla, da gente per bene, e soprattutto ci viene spesso anche quel detective che sta sempre sulle sue, Evans, ma che spiffera comunque qualcosa degli ultimi gossip inerenti all’oltretomba al nostro affezionato e tenerissimo cliente, il Signor Brendon Reyes. Entro nel locale spingendo la porta con le natiche mentre urlo un buongiorno alla proprietaria del negozio dall’altro lato della strada, non faccio in tempo a voltarmi per varcare completamente la soglia che mi schianto contro la schiena di qualcuno che, a sua volta stava uscendo rivolgendo i suoi saluti in direzione del bancone. β€œBuongiorno Miss, permettimi di aiutarti con tutti questi borsoni.. sei di ritorno da un lungo viaggio?”. Alzo gli occhi ed incrocio l’affabile sorriso sornione di Evans Thompson, come al solito vestito piΓΉ da barbone che da detective, mi chiedo come possano non dirgli nulla! β€œTi ringrazio Evans, non spetterebbe a te, ma a qualcunooo (allungo la β€œo” sul finale alzando notevolmente il tono della voce) che in questo momento sta facendo le parole crociate dietro al bancone!”.Sean mi guarda attraverso quei suoi buffi e circolari occhialetti, alza il sopracciglio, arriccia il naso, riprende una posizione eretta e togliendosi le lenti e lanciandole vicino alla cassa afferma con tono piatto un β€œArrivo!” β€œDove stiamo andando cosΓ¬ eleganti, detective?” schernisco Evans sperando di strappargli un altro dei suoi sorrisi mozzafiato, ma mi delude rispondendo con un secco β€œTorno in centrale, arrivederci!”. E’ proprio strano quell’uomo, un istante prima sembra una persona, e quello dopo un pazzo, scuoto la testa per allontanare lo stupido pensiero che mi piaccia, forse proprio per questa sua follia. β€œSenti Becca, ma Γ¨ normale che voi italiani siate sempre in ritardo e che facciate immancabilmente un gran casino appena varcate la soglia? Togliti quei tacchi e vieni in cucina che dobbiamo finire quel discorsetto lΓ .. quello di cui parlavamo prima al telefono! A tal proposito, dopo ricordami di controllarti la gomma, ho sentito un botto, sembrava ti fossi messa a scoppiare i petardi!” afferma Sean credendo di fare il simpatico. β€œNo, non ho scoppiato i petardi, sono solo andata ad ammazzare un tizio che non mi stava simpatico.. gli ho sparato e poi l’ho investito!” affermo fingendo teatrale serietΓ . Sean scoppia a ridere β€œSei pericolosa, ora capisco perchΓ¨ non hai ancora trovato un fidanzato!”. Parla per te, penso tra me e me, che sei talmente insopportabile che non ti considera neppure tua madre! Che cattiveria.. ma infondo Γ¨ la veritΓ , dovrebbe lavorare un po’ su se stesso e smussare qualche angolino del suo carattere.

Vi risparmio i retroscena della pesantissima chiacchierata inerente alla β€œsignora” di cui si Γ¨ infatuato quel rincitrullito del mio capo, racconto fortunatamente spesso disturbato dall’arrivo di qualche cliente desideroso di bere un buon caffΓ¨. Non vedo l’ora che passi anche quest’ultima ora, ci sono i miei nuovi stivali che mi aspettano in negozio! E poi finalmente a casa a riposarmi… Ah no! Mi sbatto una mano sulla fronte emettendo un β€œciack” e facendo voltare di colpo la mia collega Susanne che mi guarda accigliata. Niente relax per me questa sera, viene a prendermi Andy alle otto, non so se sono pronta ad una delle solite nostre serate, ma non ho altra scelta. Improvvisamente vorrei che il tempo rallentasse, e degli stivali non mi importa piΓΉ niente, esiste solo quel vecchio e troppo masticato ricordo, quell’istante di fronte al mare dove stringo per l’ultima volta mio nonno.

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